In questo periodo in cui tutto cambia così velocemente ed in maniera così dirompente, sembra trionfare l’irrazionalità sui valori e sui principi universali.
C’è speranza per il futuro dell’Umanità?
Breve dissertazione per sostenere una tesi idealista su basi realistiche, che la storia è il palcoscenico di un processo organico, verso uno scopo, un obiettivo finale.
Se la storia è teleologica (dal greco télos, fine, e lógos, discorso) debbono esserci degli avvenimenti riconoscibili ed indicativi che c’è qualcosa sopra le nostre teste, di indipendente dalla nostra volontà, che nel tempo guida l’evoluzione umana verso delle mete secondo un programma prestabilito.
L’Umanità è qualcosa di vivo, per cui è naturale iniziare la ricerca dal mondo dei viventi.
La vita nel mondo biologico è considerata una proprietà con un insieme di caratteristiche: organizzazione cellulare, metabolismo, omeostasi, crescita, adattamento all’ambiente, risposta agli stimoli e capacità di riprodursi ed evolversi. Ci sono alcune fasi ineludibili. Per gli esseri umani si inizia con il concepimento, seguono i nove mesi della gestazione, la nascita, l’infanzia, la fanciullezza, l’adolescenza, la maturità. In quasi tutte le cellule umane è contenuta una copia completa del genoma umano. Ogni cellula con un nucleo possiede l’intero set di istruzioni genetiche (il DNA), anche se diverse cellule attivano o “leggono” solo parti specifiche per svolgere compiti diversi. Se ogni essere umano è un’unità vivente all’interno del sistema Umanità, quest’ultima dovrebbe percorrere uno sviluppo organico simile, con le caratteristiche tappe.
In quale fase potremmo collocare l’Umanità? Certamente non nella maturità, per tutto il trambusto che vediamo in questa epoca; nemmeno nell’infanzia, o nella fanciullezza, perché è finito il tempo dell’adorazione delle forze della natura, delle superstizioni, del lentissimo progresso scientifico e tecnologico. Andando per esclusione ci rimane solo quella dell’adolescenza.
Quali sono i segni caratteristici di un adolescente? Crescita rapida; perdita temporanea di identità; esplosione di energia e di ormoni; rifiuto di prescrizioni e divieti, di sottomissione a leggi, familiari, laiche o religiose; attrazione per il rischio, per la velocità, per la trasgressione; delirio di onnipotenza; rottura dei legami esistenti, inquietudine, cambiamenti repentini di umore e turbamenti. La sindrome adolescenziale si attaglia molto bene ai popoli ed all’Umanità di oggi, in quanto si ritrovano tutti questi sintomi nelle nazioni e nei popoli. Pertanto, se questa chiave di lettura è corretta e realistica, dopo l’adolescenza arriva la maturità. Di conseguenza c’è speranza per il futuro.
Se un fanciullo desiderasse opporsi alla crescita, se non volesse diventare “grande”, non sarebbe possibile, il programma biologico va avanti con regole ben precise, al di sopra del libero arbitrio, dei desideri e della coscienza. Analogamente ciò dovrebbe valere anche per l’Umanità. Se la teoria organicista è valida l’avvento della maturità è inevitabile, indipendente dalla volontà recalcitrante di tanti esseri umani e dei leader del mondo.
Le cellule umane lavorano per inconsapevolmente e involontariamente per il benessere dell’organismo, secondo le istruzioni del genoma umano. Anche gli esseri umani fanno parte di una comunità, sono unità viventi, ma il libero arbitrio viene troppo spesso inteso come poter fare tutto quello che si vuole, al sopra di regole e del rispetto degli altri.
Questo fa la differenza: le cellule, quando sono sane, fanno il loro lavoro prescritto come se fossero automi. L’essere umano, invece, potrebbe lavorare consapevolmente e volontariamente per la salute di tutto il sistema, semplicemente comprendendo che il benessere della parte dipende da quello dell’insieme e viceversa.
Finora l’uomo non è riuscito a vincere la propria grande battaglia interiore, a dominare se stesso. E questo si riflette all’esterno, nella storia. Ci sono stati dei periodi di tregua, di pace armata, di benessere, ma poi i conflitti riprendono più forti di prima, come se fossero dimenticate le lezioni passate ed i dolori della guerra.
È come se la natura predatoria emergesse e riuscisse sempre a prendere il sopravvento. Guerra ai popoli, alle nazioni, all’ambiente, ai territori, agli animali, alle foreste.
L’essere umano però non si accontenta, vorrebbe conquistare e sottomettere a suo piacimento anche tutto lo spazio attorno alla Terra, fin dove possibile. È già una realtà il sovraffollamento satellitare con la spazzatura spaziale. E l’obiettivo di medio – lungo termine è depredare le risorse di Pianeti, asteroidi e Lune vicini.
Il comportamento predatorio e di dominatore assoluto è incompatibile con l’equilibrio e l’ordine precostituito dell’universo, perché rischia di compromettere la missione dell’Astronave Terra, il cui equipaggio è costituito dall’Umanità, dagli animali e dalle piante. La sopravvivenza dell’Umanità è garantita solamente solo se si rispettano delle regole e delle precauzioni, esattamente come quando si è su una navicella o in una stazione spaziale. È un po’ quello che avviene nell’organismo quando alcune cellule che si ribellano e diventano tumorali.
La storia prende in esame le varie civiltà. Una civiltà nasce attraverso un lungo processo evolutivo, innescato da più fattori: nuove fonti o approvvigionamenti di energia, nuove conoscenze tecniche, agricole e industriali, diffusione della cultura. Lo sviluppo non è lineare, ci sono interruzioni, salti, conquiste, cadute, passi avanti e passi indietro. Si alternano periodi di evoluzione, di grande avanzamento, a fasi di crisi acute, regressione e conflitti. Una costante nello sviluppo delle civiltà è costituito finora da conflitti. Il periodo di massimo splendore ha una durata limitata, dopodiché inizia il declino più o meno lungo, più o meno drammatico.
Tutto ciò rappresenta esperienza, una formazione continua per l’organizzazione, per la gestione degli affari umani e per le istituzioni governative. È un processo di crisi e vittorie, si impara la lezione anche dagli errori.
Si può estrapolare una tendenza: c’è un filo conduttore, una lenta, ma costante tendenza verso forme di maggiore aggregazione, connessione, cooperazione e consapevolezza, con dei punti di convergenza evolutiva che segnano le pietre miliari del cammino collettivo.
Queste tappe evolutive, o punti di convergenza, sono stati raggiunti non per scelta spirituale, per amore perché «Siamo tutti fratelli…!», bensì dopo tante prove e tribolazioni, per convenienza, per sopravvivere. Ogni volta la scelta è: o ci unisce in un’entità più grande o si soccombe. Per ora non siamo mai tornati indietro nel processo. Si scopre una costante, una freccia evolutiva nell’ordine naturale, simile a quelle che si trovano nelle leggi biologiche.
Un esempio nel passaggio da tribù a villaggio la risorsa era la cacciagione. Per le tribù paleolitiche che vivevano di caccia e raccolta, questo modello funzionava finché la popolazione era relativamente bassa, i territori disponibili erano vasti, le risorse naturali riuscivano a rigenerarsi. Ma con l’aumento demografico e la pressione sulla fauna gli animali migravano o diminuivano, i gruppi umani si scontravano per i territori di caccia, cresceva l’insicurezza alimentare. La soluzione evolutiva di allora fu la rivoluzione agricola. Qualcuno, una minoranza, intuì che coltivare era più sicuro che cacciare, allevare animali riduceva l’incertezza sugli approvvigionamenti, insediarsi permetteva di accumulare il sovrappiù per periodi di scarsità produttiva, un inizio di pianificazione delle risorse. Nascono così i villaggi, la proprietà, le prime strutture comunitarie stabili.
È stato così anche per altri salti evolutivi. Raramente avvengono per pura scelta etica o per illuminazione condivisa; perlopiù emergono come risposta adattiva a crisi di sostenibilità del modello precedente. Quando una struttura sociale non riesce più a gestire risorse, sicurezza, complessità o popolazione per scarsità di risorse e per decadenza morale, nasce la necessità di una forma organizzativa superiore.
Un altro passaggio fu da villaggi a città. Ad un certo momento si manifestarono dei limiti organizzativi nella vita agricola. I villaggi agricoli colmarono le necessità alimentari, ma generarono anche nuovi problemi, come la gestione delle eccedenze, la necessità dell’irrigazione, la vulnerabilità per attacchi esterni, la necessità di aprire mercati con le prime forme di commercio, conflitti per le risorse – territori fertili coltivabili, acqua, bestiame da allevamento, vegetazione da frutto, legna da ardere. – La crescita demografica rese insufficiente l’organizzazione basata su clan familiari. La soluzione evolutiva fu il passaggio a città, come centro organizzativo, cuore pulsante del territorio. Le città permisero la diversificazione specializzazione del lavoro, una centralizzazione dell’amministrazione degli affari, un coordinamento nelle decisioni, l’alfabetizzazione sistematica con lo sviluppo della scrittura, la nascita di sistemi giuridici, lo sviluppo di mercati complessi. La città si formò come struttura sociale per gestire una complessità crescente dello sviluppo demografico e tecnologico.
Anche questa forma organizzativa dopo un certo tempo entrò in crisi: si manifestarono conflitti continui, corruzione e decadenza morale ed emerse la necessità di un coordinamento per tenere insieme più territori. Le singole città competevano per acqua, prodotti agroalimentari, commercio e terre fertili; erano vulnerabili militarmente; necessitavano infrastrutture più ampie. La soluzione evolutiva fu la città – stato. Nacquero istituzioni politiche più strutturate, la cittadinanza, opere di difesa ed eserciti organizzati, sistemi fiscali. La città – stato rappresentò un salto nell’identità collettiva, un’appartenenza civica e giuridica ad un sistema che abbraccia ampi territori.
Anche in questo caso, con il tempo, si manifestarono una nuova crisi per instabilità cronica, lotte intestine per il potere, corruzione, minacce e conflitti esterni, con una conseguente frammentazione regionale. Le città – stato si ritrovavano a combattere continuamente, interrompendo commerci, entrando in periodi di instabilità economica. Nel contempo le reti commerciali crescevano ed aumentavano migrazioni e scambi culturali. La soluzione evolutiva fu l’impero.
Gli imperi nacquero per unificare vaste regioni, stabilizzare rotte commerciali, standardizzare leggi, monete e infrastrutture. Roma ne è un esempio emblematico: l’impero come risposta alla micro geo politica mediterranea.
Poi, anche in questo caso, dopo lo splendore iniziarono le crisi, l’ingestibilità degli imperi, i contraccolpi per le richieste di limitazione del potere dei sovrani assoluti, con l’alfabetizzazione diffusa si genera la coscienza popolare con rivendicazione dei diritti e di autonomia di intere regioni. Gli imperi erano troppo vasti, culturalmente eterogenei, gerarchici e lenti. Grazie alla stampa, all’istruzione, alla rivoluzione industriale, alla nascita della borghesia si sviluppò l’idea di popolo, di identità nazionale, di autodeterminazione.
A questo punto nasceva lo Stato – nazione, per rispondere anche a esigenze amministrative industriali. In questa fase vi fu un avanzamento economico, culturale ed tecnologico senza precedenti, con una partecipazione politica più ampia. Ma anche questa volta, quando si perde di vista il benessere di tutti e si porta avanti l’interesse di pochi, mettendo da parte la giustizia ed il buon governo, emersero ancora una volta corruzione, decadenza nei comportamenti, caos e disordine.
La caduta di una civiltà è l’intreccio di scarsità di risorse, instabilità del sistema, caduta morale e di una non più saggia ed equa gestione degli affari pubblici.
Le istituzioni sono chiamate ad agire con la massima trasparenza, onestà, equità e giustizia per dare l’esempio alla cittadinanza. Se il potere viene inteso e ambito come accumulo di privilegi e non come servizio della cittadinanza e dei popoli, è inevitabile il crollo. Finché c’è stata una gestione saggia, oculata ed etica, ovvero portatrice di benefici per tutta la tribù, o il villaggio, o la città, o la città stato, o l’impero, lo stato nazione, ciò ha portato benessere, progresso, prosperità. Il declino ed il disfacimento hanno buon gioco quando interessi egoistici e di dominio smodato predominano su quelli della collettività.
È da tenere presente che anche l’etica e la morale sono soggette alla legge del cambiamento ed alle sempre nuove esigenze di una civiltà in continua evoluzione. Si può tuttavia assumere come principio generale che tutto ciò che favorisce la collettività nel suo complesso è morale, e quello che avvantaggia una sola sua parte, a scapito del resto del mondo, è immorale. La collettività è diversa per ogni fase evolutiva, si allarga sempre di più, fino ad abbracciare oggi tutto il Pianeta.
Adesso siamo nel bel mezzo di un’altra crisi, dovuta al culmine dell’anarchia delle nazioni. Ognuna pensa di poter fare quello che gli pare, senza tenere conto che le nazioni non possono gestire da sole problemi globali, mantenendo e destinando privilegi e risorse ad una sparuta minoranza, a scapito dei popoli. Le nazioni sono le membra di un’Umanità unica e indivisibile. Le condizioni dell’Umanità sono destinate a peggiorare finché non si stabilirà la priorità dell’unità del genere umano su qualsiasi interesse di sicurezza nazionale o di multinazionale o di privati.
Non sappiamo quanto durerà questa fase adolescenziale e fin dove ci porterà a livello distruttivo e disgregativo. Certo, guardando i giovani di oggi, si sa quando inizia l’adolescenza, ma non quando termina, e questo non fa sperare in un avvento della maturità in tempi brevi.
Sappiamo quanto sia difficile cambiare i comportamenti per un diverso tipo di organizzazione sociale. La fisica insegna che per un passaggio di stato, da solido a liquido o da liquido a vapore, occorre fornire energia. Nel mondo sociale vale una legge simile, occorrono fatica, sacrificio, iniziative personali; è necessario mettersi al servizio, fare scelte di coscienza anziché di convenienza, andare contro corrente, impegnarsi in strenui sforzi concertati. I salti in avanti non si compiono con la bacchetta magica, per congiunzioni astrali, per combinazioni favorevoli, per vincite sullo scacchiere mondiale con guerre condotte come se fossero videogame. Gli avanzamenti coinvolgono il piano dell’essere, una realtà umana più profonda.
Agire secondo coscienza significa seguire la propria bussola morale ed etica, guidati da valori profondi e dal senso del giusto, anche quando comporta sacrifici personali. È sperimentabile da chiunque come ciò generi pace, unità, ordine ed armonia. Al contrario, agire per convenienza vuol dire prendere decisioni basate sull’opportunismo, sul tornaconto personale o sul vantaggio pratico, anteponendo l’utile al principio. La distinzione si articola principalmente sull’integrità morale (il rispetto di sé e degli altri); nel secondo è l’utilitarismo – il raggiungimento di un obiettivo pratico -. Le scelte dettate dalla coscienza mirano alla coerenza interiore e possono richiedere coraggio. Quelle per convenienza cercano l’approvazione esterna, il successo o il vantaggio materiale. La coscienza si interroga su “cosa è giusto fare”. La convenienza si chiede “cosa mi conviene fare” o “cosa mi porta il miglior risultato”.
Speriamo di non dover arrivare a toccare il fondo, alla caduta completa ed irreversibile di tutto l’ordine esistente, per capire questa lezione, prima di poter iniziare un riallineamento con i valori ed i principi universali.
Se da un lato è palese che l’interdipendenza per le nazioni sia planetaria, che sia impossibile risolvere problemi che non hanno confini con le vecchie strutture nazionali, dall’altra si evidenzia la necessità di educare alla pace universale ed alla prosperità mondiale, di formare i decisori ad una governance mondiale, che sia onesta, equa, sostenibile, incarnazione di una leadership morale.
La crisi del sistema è radicalmente diversa dal passato, i problemi fondamentali sono globali ed è diffusa ovunque nel mondo. Le emergenze principali sono il riscaldamento globale antropico, l’estinzione di massa di specie animali e vegetali, le migrazioni di massa, l’economia finanziaria globale, il sopravvento dell’IA e della super IA, le armi nucleari, chimiche, batteriologiche e convenzionali, il rischio di carestia globale, etc.
Le nazioni non sono strutture nate per un mondo interconnesso e interdipendente, come quello di adesso, dove gli effetti di una qualsiasi crisi sistemica attraversa i confini e si riflette in tutto il mondo. La contraddizione è palese, siamo immersi in problemi globali e la governance è frammentata. Le istituzioni internazionali sono deboli e germinali, il diritto internazionale e nazionale vengono calpestati impunemente ovunque. Per certi aspetti vige la legge della giungla, dove le regole sono saltate e vince il più forte.
L’Umanità ha necessità di un nuovo paradigma, non più basato sulla competizione tra blocchi e gruppi di nazioni, per perseguire solo profitto, dominio o consenso elettorale, ma piuttosto sulla cooperazione universale. È in ballo la sopravvivenza, o si cambia o ci si estingue. La più alta istituzione mondiale, l’ONU, è paralizzata dal diritto di veto di 5 membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, le potenze vincitrici del secondo conflitto mondiale. È evidente la necessità di una riforma strutturale adeguata ai tempi per poter guidare i popoli verso una prosperità universale.
La crisi rende inevitabile una nuova forma organizzativa, con un livello più ampio di integrazione. Come in passato le crisi sono state opportunità di crescita anche in questo caso la congiuntura diventa detonatore per una evoluzione collettiva, aprendo nuovi orizzonti. Mai, in passato, è stato chiesto all’intera Umanità di compiere un salto simile, dal locale al globale. Le crisi precedenti erano regionali, mentre quella attuale è planetaria. Per la prima volta il collasso può essere universale, ma anche la cooperazione può esserlo. Solamente una situazione così intricata, pericolosa, complessa, con oscillazioni e doglie insopportabili è in grado di farci migrare verso un cambiamento così radicale nella gestione degli affari umani. Veramente un punto di convergenza evolutiva dell’Umanità, imprescindibile ed inevitabile, dall’adolescenza alla maturità.
Molti studiosi e scienziati identificano circostanze che fanno pensare che il 2030 potrebbe essere un punto di convergenza per la fortissima pressione dei ben noti problemi, quasi fuori controllo, ed intrecciati tra loro. È una scadenza temporale fissata per la maggior parte degli obiettivi globali di sostenibilità, clima, economia, conflitti per le materie prime, sviluppo dell’IA.
A guardare bene, le crisi sono non sono la causa, ma l’effetto di uno stato parossistico, di allontanamento da valori e principi universali, oggi ancora più necessari ed indispensabili, rispetto al passato, per poter gestire con equilibrio e saggezza il grande potere tecnologico, industriale, informativo, militare, politico, economico, finanziario. Perché è cresciuto a dismisura tale potere nelle mani degli esseri umani, che mettono a rischio la loro stessa sopravvivenza.
Il punto di non ritorno potrebbe anche essere prima del 2030, o dopo, saranno gli storici del futuro che individueranno eventualmente una data cruciale, in coincidenza di eventi globali di portata epocale. Il tutto, come si è visto, fa parte di un processo che è iniziato nella notte dei tempi.
Una donna partoriente deve attraversare le doglie del parto, si concentra sul nascituro e non sulle doglie, e questo le dà la forza di andare avanti e di mettere al mondo una nuova vita.
Il processo sembra essere simile per l’Umanità, le doglie si intensificano, aumentano di intensità fino a quelle finali molto dolorose, per dare vita ad una nuova Umanità. In questo travaglio collettivo le doglie fanno parte dal processo distruttivo, divisivo, conflittuale che rimuove tutto quanto abbiamo realizzato in millenni di storia e che su un piano parallelo involontariamente collabora alle forze della vita, dell’unità, dell’integrazione, quelle costruttive già impegnate nell’azione sociale, culturale ed educativa. Esattamente come avviene nel processo biologico, con la nascita, la placenta che alimentava il feto, va rimossa, con il taglio del cordone ombelicale, altrimenti il feto morirebbe.
Se crolla la civiltà, per ricostruirla, potrebbero essere necessari due o tre secoli. Il passaggio dal culmine dell’anarchia delle nazioni ad una unità organica, universale, politica e giuridica del genere umano, non può avvenire improvvisamente, né soltanto attraverso trattati politici, nuovi patti tra le nazioni, una Costituzione della Terra per limitare il potere degli stati sovrani, dei marcati e delle multinazionali. Gli eventi forgiano il carattere dell’Umanità, ma occorre un immane processo educativo ed applicativo sul principio base dell’unità del genere umano.
Il vecchio ordine mondiale stia crollando irreversibilmente e con velocità sorprendente, ma il nuovo stenta ancora ad emergere, da una parte per il risorgere del nazionalismo, del razzismo e del sovranismo, dall’altra per la visione materialistica riduzionistica della vita.
Dopo le due grandi tragedie mondiali sono nate alcune istituzioni e strutture organizzative per una governance globale, ma sono rimaste allo stato germinale, non si sono sviluppate a sufficienza per garantire un passaggio decisivo ad un tipo di società che va oltre il conflitto, la separazione, la competizione esasperata, l’imposizione della forza, l’ingiustizia, il possesso di beni, materie prime e risorse.
Persiste da una parte il dogma della sovranità assoluta delle nazioni, e dall’altra si continua a considerare utopia l’unità del genere umano. L’Umanità è ancora un concetto ideale ed astratto, è semplicemente il numero degli abitanti viventi sulla Terra, senza nessun diritto, senza nessun riconoscimento, senza nessuna tutela complessiva, senza nessun progetto a beneficio della prosperità di tutti i popoli. Se è vero che il clima, l’economia, internet, l’IA, i trasporti sono globali è ancora un sogno concepire che le nazioni debbano cedere il diritto di dichiarare guerra, di armarsi, di impadronirsi e possedere materie prime e risorse, e di cedere anche alcuni diritti di tassazione, a beneficio dell’Umanità.
Possiamo però vedere come per certi aspetti il “corpo” Umanità si sia formato. Internet è il sistema nervoso dell’Umanità, le strade di comunicazione sono le arterie, le istituzioni sono gli organi. Nelle classi di tante scuole del mondo si vive già l’unità del genere umano. Ci sono bambini e fanciulli di razze diverse: essi crescono insieme, giocano, studiano, saranno amici per tutta la vita, non hanno il pregiudizio razziale. Questa sarà la generazione che porterà avanti la bandiera dell’unità nella diversità.
Per fare l’unità era necessario uno sviluppo tecnologico che consentisse facilità nei trasporti, nelle comunicazioni, nell’approvvigionamento e nell’estrazione di materie prime e nell’utilizzo di energia, nonché l’adozione di una lingua ausiliaria universale. Non sarebbe stato possibile concepire prima l’unità del genere umano, senza satelliti, PC, smartphone, navi, aerei, alfabetizzazione dei popoli, etc. E’ un segno importante che è questa l’epoca per fare l’unità.
La meta è un’unità organica, nel rispetto delle diversità, non l’uniformità. La storia ha conosciuto tanti tentativi di unificazione, ma non ancora uno integrativo ed inclusivo. Ciò richiederà la nascita e lo sviluppo di un corpo legislativo, di un corpo esecutivo e di un corpo giudiziario mondiali, per un coordinamento, non un super stato controllore, ma un’organizzazione internazionale al servizio di una comunità mondiale interdipendente.
Anche in questo caso è bene guardare la storia. Un esempio: La lega delle Nazioni, che si formò sulle ceneri della prima guerra mondiale, per prevenire ulteriori conflitti.
«I membri della Società delle Nazioni furono inizialmente gli Stati firmatari del trattato di Versailles del 1919, con l’esclusione della Germania e degli Stati Uniti. Lo statuto della Società delle Nazioni, la Convenzione della Società delle Nazioni, era stato infatti inserito nel trattato di Versailles del 1919 (articoli 1–26). Inizialmente furono 42 Stati i membri della Società delle Nazioni (gli Stati firmatari del trattato di Versailles del 1919 furono 44), 26 dei quali non europei. La Germania inizialmente non fu ammessa nella Società delle Nazioni perché ritenuta non meritevole di tale riconoscimento politico, nonché deficitaria di capacità diplomatiche essendo stata uno degli Stati responsabili dell’avvio della prima guerra mondiale. Gli Stati Uniti invece inizialmente non diventarono membro della Società delle Nazioni perché non ratificarono il trattato di Versailles del 1919. Nelle elezioni parlamentari del 1918 il Partito Repubblicano aveva infatti ottenuto la maggioranza al Senato, quindi il presidente democratico Thomas Woodrow Wilson non dispose dei voti necessari nel momento di ratificare il trattato da lui fortemente voluto nella parte inerente alla Società delle Nazioni. Anche in seguito gli Stati Uniti non diventarono un membro della Società delle Nazioni. Poteva infatti diventare membro della Società delle Nazioni qualunque Stato indipendente che avesse accettato gli obblighi dello statuto della Società delle Nazioni e che fosse ritenuto idoneo dall’Assemblea (l’ammissione di uno Stato nella Società delle Nazioni veniva votata dall’Assemblea). La Germania invece entrò nella Società delle Nazioni nel 1926, ma ne uscì nel 1933. Anche il Giappone, sempre nel 1933, e l’Italia, nel 1937, e il Spagna, nel 1939, uscirono dalla Società delle Nazioni. L’Italia e il Giappone uscirono per volontà propria in contrasto con la Società delle Nazioni relativamente ai loro interventi militari, rispettivamente in Etiopia e in Manciuria. Destabilizzata dalla guerra civile conclusasi nel 1921, inizialmente anche la Russia non entrò nella Società delle Nazioni. L’Unione Sovietica, nata nel 1922 dalle ceneri dell’Impero russo, fu ammessa solo nel 1934, in quanto il suo governo comunista preoccupava e intimoriva. Ad alimentare i timori contribuì sensibilmente l’eccidio della famiglia imperiale russa avvenuto nel 1918 e considerato dagli altri governanti un atto di inutile efferatezza. L’Unione Sovietica fu in seguito espulsa dalla Società delle Nazioni quando invase la Finlandia e occupò l’Estonia, la Lettonia e la Lituania nel 1939. Il periodo di massima espansione della Società delle Nazioni fu dal 28 settembre 1934 al 23 febbraio 1935, nel quale gli Stati membri furono 57.» [Fonte: Wikipedia, La Società delle Nazioni]
Anche la formazione della Società delle Nazioni è stata un processo, c’è chi entra, chi esce, chi non entra, chi rimane.
Non è stata in grado di disinnescare le tensioni e prevenire il secondo conflitto mondiale. Nel periodo che stiamo vivendo c’è un grande pericolo imminente, si vive una situazione simile, l’ONU non è in grado di prevenire un terzo conflitto mondiale. La caduta del diritto internazionale e di quello nazionale rendono il prossimo futuro estremamente incerto, con il moltiplicarsi dei conflitti, delle violazioni dei diritti umani.
È presumibile che il riconoscimento politico e giuridico dell’Umanità avrà un iter simile a quelli precedenti: ci saranno alcuni membri (nazioni) recalcitranti, qualcuno che si asterrà, qualcun altro che combatterà contro. E forse sarà necessario ricorrere alla forza di un corpo militare internazionale per far rispettare la legge ed il diritto internazionale per il bene dell’Umanità. Forza che però si faccia serva della giustizia, per non ricadere nel dominio, nell’unificazione anziché nella vera unità, di tutti.
Nel mondo della natura esiste il fenomeno dell’evoluzione convergente. La convergenza evolutiva è un fenomeno biologico in cui specie diverse, non strettamente imparentate tra loro, sviluppano in modo indipendente caratteristiche fisiche, fisiologiche o comportamentali simili. Questo processo avviene in risposta a pressioni ambientali analoghe o alla necessità di occupare nicchie ecologiche simili. La necessità di volare, di nuotare, di muoversi, di vedere, di nutrirsi ha determinato la formazione di ali, di pinne, di arti, di occhi, dentature, mandibole, etc. La natura riesce ad individuare delle soluzioni simili, a problemi comuni a specie diverse, per vivere e sopravvivere, ed a somigliarsi, pur avendo storie evolutive completamente distinte.
Il principio di evoluzione convergente per quale ragione non dovrebbe valere anche per gli esseri umani? La specie umana è una, le razze sono diverse, i tempi sono maturi per accettare e lavorare per un sistema federativo mondiale, con un obiettivo di lungo termine, generare un Commonwealth mondiale.
Ogni civiltà ha una radice religiosa che ha fornito l’energia creativa, una nuova visione, un nuovo paradigma su cui costruire un “nuovo mondo”. Il portatore di questa energia creativa, di avanzamento è sempre stato, direttamente o indirettamente, un Personaggio storico che viene riconosciuto come Fondatore di una Religione, Messaggero di Dio per l’epoca in cui si manifesta.
L’espansione su territori geografici di ogni civiltà si è finora imposta prevalentemente con la forza, la potenza militare – di terra, di mare e di cielo – e con il conflitto, piuttosto che con altre forze, meno appariscenti, ma altrettanto reali, come l’etica, l’equità, la giustizia, l’amore universale, la saggezza.
Una persona che beneficia di un atto di cortesia è stimolato a restituirlo. Colui che è vittima di un atto irrispettoso è spinto a ripeterlo. C’è un effetto di imitazione. L’esempio incide sui comportamenti. Le fedi religiose nei loro insegnamenti danno indicazioni sui comportamenti da tenere e su come costruire un modello di vita sociale.
Abramo ha portato il concetto di tribù. Mosè ha introdotto il concetto di popolo. Gesù ha insegnato la fratellanza universale. Maometto ha portato il modello di nazione, che non esisteva, e di un primo tentativo di forma teocratica, con al centro Dio e la legge del proprio testo sacro.
In epoca moderna, dal 1844, si è manifestato un nuovo apporto religioso, indipendente, con un nuovo paradigma: la fede bahá’í. È una fede universale, i suoi credenti credono nell’unicità di Dio, nell’unità delle religioni e nell’unità del genere umano. Il nuovo Messaggero di Dio è noto come Bahá’u’lláh. Questa nuova Rivelazione in segna che “La Terra è un solo Paese e l’Umanità i suoi cittadini”.
«L’unificazione dell’intera Umanità è il contrassegno dello stadio che la società umana sta ora per raggiungere. L’unità familiare, l’unità della tribù, della città-stato e della nazione sono state l’una dopo l’altra tentate e pienamente conseguite. L’unità del mondo è la mèta per la quale questa umanità afflitta sta lottando. Il periodo della fondazione delle nazioni è ormai terminato e sta giungendo al suo culmine l’anarchia inerente alle sovranità nazionali.
Questo mondo in crescita verso la maturità deve abbandonare un tale feticcio, riconoscere l’unicità e l’organicità delle relazioni umane e instaurare una volta per sempre il meccanismo che meglio potrà incarnare tale fondamentale principio della sua vita.»
[Shoghi Effendi, 1936]
C’è una conferma anche dal processo della rivelazione divina che ci stiamo avvicinando ad un punto di convergenza evolutiva.
Conclusione
L’epoca attuale vede una straordinaria accelerazione del processo distruttivo, divisivo, conflittuale, predatorio, devastante. Il processo integrativo, costruttivo, universale, coscienzioso, accogliente, con obiettivo la prosperità globale è anch’esso all’opera, ma non è sotto i riflettori e non agisce in maniera plateale. Le grandi rivoluzioni di pensiero sono sempre state realizzate da minoranze, per cui non si deve precipitare nel pessimismo assoluto.
È vero che non si vogliono affrontare i problemi alla radice, pur sapendo che prevenire è meglio che curare, secondo la logica ed il buon senso. Ciò comporta un rapidissimo crollo della civiltà che turba le anime, rimesta le coscienze, rimuove vecchie credenze e pregiudizi.
Grazie a questa caduta l’Umanità si trova costretta a interrogarsi non solo sul proprio futuro, ma a conoscere e a riconoscere se stessa. Essa merita il riconoscimento dei propri diritti, primo fra tutti quello di esistere e di garantire ad ogni essere umano una qualità di vita accettabile.
Con una visione di questo tipo ci si schiera per la pace e per l’unità, e non più secondo la logica nefasta «o con gli aggressori o con gli aggrediti», che implica la guerra perpetua.
Il nazionalismo, il razzismo, il materialismo ostacolano l’emergere di una visione unitaria, comprensiva ed inclusiva, necessaria per affrontare le grandi emergenze planetarie.
D’altra parte è anche vero che gli esseri umani quando stanno bene vegetano; quando la vita si fa difficile sono più creativi, aguzzano l’ingegno, fanno scoperte importanti, si evolvono. Così come si dice solitamente «Non tutti i mali vengono per nuocere». È una delle massime più rassicuranti e vere che ci conforta. Significa che anche nelle situazioni più negative si nasconde l’opportunità di imparare qualcosa o di trovare soluzioni inaspettate.
Anche questi aspetti sono da tenere conto nell’analisi dell’evoluzione umana e del susseguirsi di civiltà, sempre più complesse e comprensive: si può avere fiducia per un futuro lontano che le cose si sistemeranno. Anche l’Umanità è destinata a diventare adulta, non si può evitare.
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Immagine di copertina: Foto di Arvind Telkar su Unsplash

