VINCERE I DESERTI




UN PROGETTO PER L’UMANITÀ


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Da ormai diversi anni si notano in Europa variazioni climatiche: aumento della temperatura media nelle quattro stagioni, diminuzione delle piogge complessive (ma con aumento dei fenomeni estremi), variazione dei venti. Un tempo le stagioni erano regolari, le perturbazioni viaggiavano prevalentemente sui paralleli con i caratteristici venti di libeccio, d’inverno i venti dell’est portavano freddo e neve. Purtroppo l’anticiclone africano diventa protagonista, soppiantando quello delle Azzorre, portando i venti caldi dell’Africa, sempre più spesso nel corso dell’anno. Quando questi cede il dominio alle depressioni del nord fanno irruzione correnti fredde che portano dei fenomeni violenti, ma non piogge diffuse come un tempo, caratterizzate dalla goccia di piccole dimensioni e dalla persistenza delle precipitazioni. L’aumento delle polveri nell’aria favorisce la condensazione e quindi l’umidità, che unita alle alte temperature produce l’“afa”, intollerabile per anziani e persone con problemi di salute.
L’Europa è probabilmente il continente che soffre di più i cambiamenti climatici, perché a sud vi è il Sahara, il più grande deserto del mondo, una vera e propria fornace di caldo. Le Americhe ed il sud est asiatico non hanno dei “bracieri” così grandi sottostanti. Il Mediterraneo, essendo un mare ristretto e quasi chiuso, si riscalda ad un ritmo più veloce degli altri mari ed oceani.
Lo scenario per l’Europa, se continua questo trand, è perciò molto preoccupante. È urgente perciò ricorrere ai rimedi per diminuire l’effetto serra: ridurre drasticamente le emissioni e ricostruire i grandi polmoni verdi.
Qui si prende in esame l’idea è
vincere i deserti con un megaprogetto mondiale, da realizzare su un lungo lasso di tempo, al fine di migliorare la situazione dell’agricoltura, delle foreste, del clima e offrire opportunità di sviluppo dei Paesi poveri rendendo coltivabili e abitabili nelle zone aride o semiaride.
Si ricorda che Le biomasse comprendono vari materiali di origine biologica, scarti delle attività agricole che possono essere riutilizzati in apposite centrali termiche per produrre energia elettrica. Si tratta generalmente di scarti dell’agricoltura, dell’allevamento e dell’industria: legname da ardere, residui agricoli e forestali, scarti dell’industria agroalimentare, reflui degli allevamenti, rifiuti urbani specie vegetali coltivate per lo scopo. Trarre energia dalle biomasse consente di eliminare rifiuti prodotti dalle attività umane, produrre energia elettrica e ridurre la dipendenza dalle fonti di natura fossile come il petrolio. Una fonte di energia pulita su cui l’UE ha deciso di investire al pari dell’eolico.
Le opere di riforestazione in zone semi-desertiche permettono di recuperare terreni, altrimenti abbandonati, da destinare alla produzione di biomasse e contemporaneamente migliorare la qualità dell’aria che respiriamo.
Le aree verdi sono i polmoni della Terra. Le piante svolgono infatti un’importante funzione di polmone verde del pianeta, riducendo l’inquinamento e l’anidride carbonica contenuta nell'aria. Le coltivazioni dedicate esclusivamente a produrre biomasse da destinare alla produzione elettrica non fanno eccezione a questa naturale caratteristica delle piante.
Il fatto che l’energia dalle biomasse si basi soprattutto sugli scarti di produzione delle attività produttive è un’ulteriore vantaggio economico e sociale in quanto il settore riutilizza e smaltisce rifiuti in modo ecologico.
La Finlandia rappresenta l’esempio più calzante per descrivere l’importanza delle biomasse e le possibilità di utilizzo. Gran parte degli scarti della lavorazione della carta e del legno dell’industria finlandese sono destinati alle centrali termiche per produrre energia dalle biomasse. Evitando in questo modo di dover stoccare gli scarti in discariche o pagare per il loro incenerimento.
Quello che un tempo era un costo da sostenere si è oggi trasformato in un'opportunità da non perdere e da sfruttare per produrre preziosa energia elettrica.
Va comunque fatta attenzione al concetto di biomassa, per non confonderlo con quello della termodistruzione dei rifiuti. Le biomasse sono esclusivamente scarti di origine vegetale e non vanno confusi con i rifiuti delle attività umane. Per ridurre l’impatto ambientale è inoltre necessario che le centrali siano di piccole dimensioni ed utilizzino biomasse locali, evitando in questo modo il trasporto da luoghi lontani.
La crescita demografica impone la ricerca di nuove aree fertili coltivabili da destinare a culture. Oggi si preferisce disboscare ciò che rimane delle foreste pluviali che cercare di vincere le zone aride o semiaride. La distruzione dissennata delle foreste è una delle cause dei cambiamenti climatici, che mettono a rischio la qualità e la quantità dei raccolti.

Le rapide modificazioni climatiche hanno determinato una insistente provenienza dei venti dall’Africa, con rialzo termico d’estate e d’inverno per tutta l’Europa. L’Italia centro-meridionale rischia la desertificazione. Quando le stagioni erano regolari in montagna vi era il classico temporale estivo pomeridiano quotidiano. I boschi avevano il terreno sempre umido. Adesso non è più così, passano anche dei mesi senza pioggia ed il terreno sotto i boschi di abeti, faggi, querce e castagni è polveroso. Gli alberi soffrono la siccità, se l’habitat boschivo crolla lo fa tutto insieme e la prospettiva è montagne calve con aree verdi residue lungo fiumi e ruscelli, come nel Meridione o in Medio Oriente. Se gli alberi muoiono, la pioggia poi fa il resto lavando togliendo l’humus e il terreno fertile, dimodochè tutto diventa sterile nel giro di poco tempo.

Che cosa fare? È il momento di affrontare questi problemi su scala mondiale. Per abbassare la temperatura occorre aumentare le superfici verdi. Israele insegna che si possono vincere i deserti piantando alberi. Ci sono piante che resistono alla siccità, come piante grasse, palme e cactus Si potrebbe allora fare altrettanto in Mauritania, Tunisia, Marocco, Algeria, Libia, Egitto, Libano, ecc…, affinché i venti che spirano dal Sahara sull’Europa, sempre più frequenti e insistenti, siano meno caldi. In questo modo si potrebbe mitigare l’aumento termico delle acque del Mediterraneo, della terraferma e dell’aria nel sud Europa e nell’Africa sopra l’equatore. L’acqua del mare può essere desalinizzata tramite saline (stagni dove si recupera l’acqua scaldata dal Sole che evapora) e tramite dissalatori a membrana, (elettrodialisi, osmosi inversa) oppure termici.
Un progetto di questo genere si può realizzare solo se si ha energia per i dissalatori, per “pompare” e distribuire acqua dolce su coltivazioni di piante grasse o comunque resistenti alla siccità. Tale energia può essere ottenuta dal Sole, che ci rifornisce gratuitamente ed illimitatamente di energia. Non è vero che non si può fare a causa di costi troppo elevati: questo rappresenterebbe un servizio sociale e si potrebbe ottenere a “prezzo” di pura energia solare trasformata senza speculazioni. Una volta costruiti gli impianti, e questo già a spese dell’energia solare, si manterranno da sè.

Per proteggere le irrigazioni a goccia delle giovani piante dall’evaporazione dovuta alle alte temperature, si può ricorrere a teli. Per diminuire la frequenza dell’irrigazione a goccia si può ricorrere ad accorgimenti specifici, come rivestimenti sopra le radici attorno al fusto delle piante con materiali anche naturali che mantengono l’umidità.
In una seconda fase, una volta che sono aumentate l’umidità e le piogge locali, grazie alla vegetazione, si può prevedere la sostituzione con alberi e la realizzazione di campi per la produzione agricola.

Tutto questo, come accennato sopra, con dissalatori solari per fornire l’acqua necessaria per l’irrigazione. Gli impianti di pompaggio ad energia solare dovrebbero portare l’acqua dal mare ai dissalatori e da questi alle aree da irrigare, con impianti di irrigazione a goccia. Nelle zone temperate (per esempio in Europa) i cambiamenti climatici possono annullare progetti di riforestazione (per il processo di estensione della desertificazione, oppure se non piove per una intera stagione muoiono le piante messe a dimora), invece l’irrigazione forzata con acqua di mare dissalata può essere attuata anche in circostanze climatiche avverse, quando le stagioni non sono regolari. Il tutto va progettato studiando sul luogo la composizione del terreno, per la scelta delle piante più opportune.
Tali zone aride o semiaride, dopo un lungo periodo di cura meticolosa, di apporto di acqua, di humus, di concimi, di protezione dal Sole (con coperture che producono energia solare), piano piano aumenterà l’umidità, pioverà di più, il clima locale si mitigherà, sarà possibile per l’uomo costruire città, offrire posti di lavoro e sviluppo, favorire una migrazione inversa nei decenni futuri. Del resto un tempo nei deserti c’erano foreste, la Sicilia per esempio una volta era ricoperta di alberi che sono stati utilizzati per fare le navi. La Pianura Padana era una foresta, il cui legname è stato utilizzato per fare navi, molte della quali da guerra per le Repubbliche Marinare. L’Arabia Saudita e gli altri Paesi del Medio Oriente sono ricchi di petrolio che si formò grazie alle foreste sovrastanti. Attualmente si possiedono le conoscenze e le tecnologie per ricostituire superfici boschive anche in aree sfavorevoli.
Tale progetto internazionale a favore del clima, del territorio e dello sviluppo locale potrebbe essere promosso e sponsorizzato proprio dai produttori di alberi, come i vivaisti, che con la loro esperienza nel settore, potrebbero sostenerlo e condurlo in prima persona. Si può partire dalle zone più vicine alle coste del Mediterraneo per attingere più facilmente all’acqua del mare da dissalare e trasportare. Una volta resa fertile e produttiva, una fascia di un paio di centinaia di chilometri dovrebbe essere sufficiente per produrre cibo per tutta l’Europa ed il Nord Africa.
Per coltivare il deserto non c’è bisogno solo di acqua prodotta da dissalatori ad energia solare, ma anche di humus e di concimi naturali. L’humus si potrebbe ottenere dai rifiuti organici delle Nazioni industrializzate e dagli escrementi di allevamenti equini, bovini e ovini in aree adesso aride o semiaride. L’Europa potrebbe contribuire destinando alla coltivazione delle zone aride i propri rifiuti organici. I rifiuti organici da soli non sarebbero sufficienti. Bisogna ricorrere anche a qualche altro apporto. Un esempio ce lo ha insegnato un grande studioso. Secondo gli studi del dott. Aldo Cecchini esiste una specie di equazione: humus + calciocianamide polvere oleata = fertilità dei terreni. Si potrebbe quindi produrre la calciocianamide (CaCN
2) nei deserti con impianti alimentati ad energia solare, utilizzandola per rendere fertili e coltivabili le aree desertiche. Sempre secondo Aldo Cecchini, sono necessari 300 kWh (corrispondente a circa 28 litri di gasolio) per produrre 100 kg, e ne occorrono 2 - 3 quintali per ettaro coltivato. [cfr. Aldo Cecchini, “Alternative”, Celani Editore, Marina di Massa, maggio 1988] La calciocianamide è attualmente prodotta in Germania dall’AlzChem. [cfr. http://www.alzchem.de/]. Le materie prime per produrre la calciocianamide sono la pietra calcarea, il carbone e l’azoto atmosferico. La produzione avviene in tre fasi: preparazione della calce viva (CaO); preparazione del carburo di calcio (CaC2); infine preparazione della calciocianamide (CaCN2). Il processo è descritto nel loro sito. Tale processo richiede molta energia: si potrebbe perciò realizzare delle industrie per produrre la calciocianamide nei deserti per sfruttare l’energia solare, dato che è gratuita e illimitata.
Come promuovere un megaprogetto di questa portata? Il primo passo potrebbe essere un convegno internazionale sul tema “
vincere i deserti” nel quale illustrare un progetto da realizzare in decine di anni con benefici immensi per l’umanità, evitando gli errori commessi dai Paesi sviluppati.
È fondamentale evitare la contaminazione delle falde per l’uso di pesticidi, diserbanti, anticrittogamici, antiparassitari, ecc... Dalle ultime stime si calcola che nel mondo siano morte circa il 40% delle api ed una delle cause è l’uso dei veleni usati in agricoltura. La scomparsa delle api e di altri insetti rende problematica l’impollinazione con tutte le conseguenze facilmente immaginabili per i raccolti.
Come secondo passo, il convegno potrebbe diventare itinerante, trasferirsi nei Paesi della fascia Sahariana che lambiscono in Mediterraneo, per sensibilizzare le Autorità ed i mass-media locali. Tutto ciò significherebbe lavoro per i vivaisti italiani per decine di anni e un riconoscimento universale per un impegno nobile nella storia dell’umanità. Il discorso è analogo per gli altri deserti del mondo.
Sarà accettata e vinta tale sfida? Un esempio di trasformazione è stata quella sul Monte Carmelo, ad Haifa, in Israele, presso il centro mondiale della Fede Bahà’ì. Nel corso di un secolo, da terreno incolto, arido e sassoso si è riusciti a realizzare incantevoli giardini a terrazzamento, grazie allo sforzo, all’amore per la Natura, alle cure amorevoli ed alle conoscenze agricole e forestali. Haifa fornisce due acquedotti, uno per uso domestico, ed un altro per uso industriale ed agricolo. L’acqua piovana viene raccolta in apposite cisterne. Nelle foto sottostanti è mostrata come era il Monte Carmelo agli inizi del Novecento e com’è adesso.




Foto N°1: Monte Carmelo, Haifa, Terra Santa, nel 1912. Fonte: Bahà’ì News Service.




Foto N°2: Monte Carmelo, Haifa, Israele, nel 2001, giardini del Centro Mondiale Bahà’ì.
Fonte: Bahà’ì News Service.




Foto N°3: Monte Carmelo, Haifa, giardini del Centro Mondiale Bahà’ì.
Fonte: Bahà’ì News Service.




Foto N°4: Monte Carmelo, Haifa, giardini del Centro Mondiale Bahà’ì.
Fonte: Bahà’ì News Service.




Foto N°5: Monte Carmelo, Haifa, giardini del Centro Mondiale Bahà’ì.
Fonte: Bahà’ì News Service.



Il Monte Carmelo è un fazzoletto di terra, rispetto al pianeta. Volendo, tutta la Terra potrebbe diventare un giardino! In Italia, per esempio, ci sono circa 16.000 km2 di zone aride e semiaride. Si potrebbe ipotizzare un recupero di queste aree per l’agricoltura e la riforestazione. Inoltre ci auguriamo che cessi qualsiasi alterazione dell’alimentazione. È certamente auspicabile un ritorno alla produzione in loco di ciò che serve: prodotti agricoli e artigianali, per ridurre il traffico e l’inquinamento del trasporto delle merci. Un’alimentazione più sana, costituita da prodotti locali, freschi e di stagione, apporterebbe vantaggi alla salute e ai bilanci dei sistemi sanitari nazionali. L’agricoltura è al centro dello sviluppo di una società; per salvaguardare la qualità occorre la rotazione delle colture, la diversificazione delle piantagioni, il riposo ciclico dei terreni, l’utilizzo di concimi naturali. Si avverte la necessità di una riforma che valorizzi in tutto il mondo l’agricoltura naturale (biologica). Essa giova non solo alla salute, ma crea anche posti di lavoro locale. La salute umana è legata a quella dell’ambiente in cui si vive.
Il progetto di creare un grande polmone verde in Africa ha come obiettivo l’agro - forestazione, ovvero alternare boschi/foreste con colture agricole per produrre cibo, al fine di preservare e valorizzare l’ambiente, il clima, le precipitazioni, l’acqua e l’energia da una parte e di migliorare sensibilmente la situazione alimentare. Geograficamente occorre procedere con sistemi graduali/progressivi con grandi cinture verdi (green belts), su scala piccola, media o grande, in funzione delle risorse tecniche ed economiche disponibili, del consenso sociale e politico acquisito.
Il progetto può essere pensato modulare, o come macroprogetto, oppure attuato in alcuni Paesi pilota, oppure ancora come un insieme di tanti miniprogetti divisi fra le centinaia di organizzazioni ONG che lavorano per combattere la fame, la desertificazione, le malattie, ecc... Per esempio ogni associazione potrebbe adottare un territorio od una regione e gestire il progetto locale. In questo modo il macroprogetto diventerebbe una cooperazione fra le cooperazioni internazionali.
Alcune condizioni sono tuttavia irrinunciabili:
- è un progetto per l’umanità, la paternità deve rimanere dell’umanità e non del singolo;
- l’acqua prodotta da centinaia di dissalatori e di saline deve essere pubblica e non privata (anche se parte dei fondi possano essere erogati da privati), perché le risorse sono patrimonio dell’umanità; questo punto è da chiarire con i vari governi; discorso analogo per l’energia prodotta da impianti solari od eolici, è un bene pubblico che non può essere ceduto a privati per ricavarci profitti;
- l’agricoltura si deve sviluppare il più possibile con criteri e sistemi naturali per rispettare l’ambiente e non inquinare il suolo, le acque e l’aria;
- se saranno progettate nuove città in Africa in zone prima desertiche che siano realizzate con progetti eco-sostenibili, con energia derivante da fonti rinnovabili, con cisterne per la raccolta di acqua piovana, ecc…;
- se il progetto avesse consenso universale e la copertura finanziaria si può pensare anche ad opere di ingegneria, come canali dal Mediterraneo al centro del Sahara per portare la preziosa risorsa nelle zone più remote;
- la realizzazione del grande polmone verde non deve essere fatta attingendo alla falda acquifera sottostante il deserto, perché è una risorsa da salvaguardare, proteggere e da lasciare intatta alle nuove generazioni; se un giorno il deserto tornerà ad essere “verde”, pioverà di più e se l’acqua piovana tornerà ad alimentarla (ciclo di carica/discarica stabilizzato) si potrà utilizzarla.





Foto N°6: This Moderate Resolution Imaging Spectroradiometer (MODIS) image from the Terra satellite shows the Mediterranean Sea (left) and portions of the Middle East. Countries pictured are (clockwise from top right) Syria, Iran, Saudi Arabia, Egypt (across the Gulf of Aqaba), Israel, the disputed West Bank Territory, and Lebanon. In the centre is Jordan. The lush, green vegetation along the Mediterranean coast and surrounding the Sea of Galilee (Lake Tiberias) in northern Israel and stands in marked contrast to the arid landscape all around. In Lebanon (and the border of Lebanon and Syria), bright white snow covers the peaks of the Jebel Liban Mountains. In the bottom right, a few scattered plots of green stand out against the orange sands of the deserts of Saudi Arabia.
Fonte: http://en.wikipedia.org/wiki/Image:MiddleEast.A2003031.0820.250m.jpg

Questa immagine di modesta risoluzione dal satellite mostra il Mar Mediterraneo (a sinistra) e una porzione del Medio Oriente. I Paesi all’interno dell’immagine sono (andando dall’estrema destra) Siria, Iran, Arabia Saudita, Egitto (attraverso il Golfo di Aqaba), Israele, il territorio palestinese del West Bank (Palestina), il Libano. Al centro c’è la Giordania. La rigogliosa, verde vegetazione lungo la costa del Mediterraneo e il Lago di Galilea (Lago di Tiberiade) nel nord d’Israele mostra il marcato contrasto con l’arido paesaggio circostante. In Libano (e lungo il confine di Libano e Siria), la neve bianca e brillante ricopre le montagne di Jebel del Libano. All’estrema destra in basso, alcune strisce di verde spiccano fra le sabbie di colore arancione dei deserti dell’Arabia Saudita.





Figura N°7: To create an environment resembling an oasis in deserts, steady activities over a long period of time are required to cultivate greenery. We propose the Green Frontier System as a new greening system based on seawater desalination technology, as the basis for formation of cities in desert areas by carrying out unmanned operation for the initial five to seven years of the desert greening process.
Source: http://www.takenaka.co.jp/takenaka_e/techno/n02_kaisui/n02_kaisui.htm

Figura 7: Per creare nei deserti un ambiente simile ad un'oasi, occorre un’attività costante per un lungo periodo di tempo per ottenere la vegetazione. Per la formazione di città in aree desertiche la compagnia Takenaka propone il sistema “Green Fronteer” (Frontiera Verde), un metodo di produzione di zone verdi basato su una tecnologia di desalinizzazione dell’acqua di mare operante senza intervento umano per un periodo iniziale di formazione che va da cinque a sette anni.
Fonte:
http://www.takenaka.co.jp/takenaka_e/techno/n02_kaisui/n02_kaisui.htm



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Pistoia, 21 ottobre 2008

Marco Bresci
marbresci@tin.it
www.marcobresci.it

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